Ma cos'è l'Alogastronomia?

Il connubio tra birra di qualità, prodotti del territorio e cultura locale

Il neologismo Alogastronomia

“Alogastronomia” è un neologismo che sintetizza una serie di virtuose relazioni tra birra artigianale, prodotti di qualità e territorio da cui provengono. Il termine veicola un’idea rivoluzionaria, la birra non è solo la profumata compagna di tanti piatti e specialità tipiche, ma diventa un vero e proprio “connettore gastronomico” che collega i prodotti del nostro territorio. Con la birra si crea una un sistema di relazioni che valorizza tutta la regione, partendo dalla gastronomia e allargandosi ad arte, cultura, artigianato, produzioni di eccellenza e ambiente.

Gusta l’Alogastronomia nei ristoranti aderenti del territorio

In questa prospettiva è importante un progetto come quello dell’Associazione Nazionale Città della Birra che nasce con il patrocinio dell’ANCI. L’obiettivo è la creazione di circuiti turistici originali attraverso i Comuni associati. Verranno sviluppate proposte tematiche, con le quali valorizzare tutte le risorse di cui sono ricchissimi i Comuni italiani. Sarà un lavoro che accanto alla tutela del prodotto promuoverà gli aspetti distintivi dei Comuni.
Le Marche sono la regione con l’aspettativa di vita più alta in Italia. Buona qualità delle relazioni sociali, rispetto dell’ambiente naturale, stile di vita sano, alimentazione basata sui prodotti del territorio e legata ai principi della dieta mediterranea sono i semplici segreti. Apecchio rientra in questo scenario regionale.

Festival-Alogastronomia

La De.C.O.

In Consiglio Comunale è stata istituita la Denominazione Comunale di Origine “DE.C.O.”, al fine di censire, valorizzare e promuovere le attività ed i prodotti agroalimentari e alogastronomici del territorio come strumento di promozione turistica e dell’immagine del Comune stesso.
Il significato del marchio è tanto semplice da capire quanto importante, per cui la sua funzione principale è quella di rappresentare lo strumento con cui un territorio, un comune e la sua comunità possano da un lato tutelare le proprie produzioni, dall’altro innescare un processo di sviluppo territoriale eco-sostenibile, di natura prettamente endogena.
Il desiderio è quello di valorizzare le risorse del territorio e salvaguardare le peculiarità produttive locali, alla stregua, più che di un brevetto, di uno strumento di promozione dell’immagine del Comune da cui possono derivare, fra le altre cose, importanti occasioni di Marketing Territoriale con ricadute positive sull’intera comunità.
È nostra intenzione inserire tra le DE.C.O. alcune fra le ricette tipiche tradizionali del nostro comune, come il Bostrengo, il Salmì del Prete, la Coratella d’Agnello… preparazioni molto particolari in grado di contraddistinguerci.
Si è istituita una commissione di controllo che ne valuterà l’utilizzo e lo tutelerà in ogni sede. Il marchio DE.C.O. diverrà uno strumento di cui l’intera comunità potrà beneficiare utilizzandolo come marchio di qualità e tutela.

De.C.O. Deno,inazione di origine comunale Apecchio

IL SALMì DEL PRETE –  [De.C.O. 001]

Nel dopoguerra non c’era di che sprecare e bisognava utilizzare tutto il commestibile, nutrirsi al meglio e, sacrificando i prodotti di pregio ci si procurava, con lo scambio, quelli non confezionabili in casa.
La doppia cottura, null’altro che la rielaborazione e la riproposizione di quanto non immediatamente consumato, assicurò pietanze interessanti e gustose. Il buono e il bello sono stati qui sempre di casa.
Le carni, degli animali da cortile o della selvaggina, non consumate, venivano riassemblate e ricotte con ingredienti appetitosi prodotti in casa dall’aceto alle spezie autoctone.
Nasce così il piatto domenicale o delle feste che la signora Agnese di Ghighetta ha riscoperto con l’ausilio della signora Margherita Martinelli e prodotto, il salmì del prete, per l’élite dei buongustai.

Preparazione:

lepre e coniglio, piccione e fagiano, starne, uccelletti, il tutto in proporzione mista ed equilibrata in modo che non prevalgano gli animali da cortile su quelli da caccia. Ci vuole poi prosciutto nostrano magro (solo il magro) tagliato a dadini piccoli. Le spezie: bacca di ginepro macinata e la salvia, qualche acino di pepe e di capperi , un paio di spicchi di aglio non pelato. Tre parti di olio di oliva e un parte di aceto nostrano.

Si cuoce arrosto tutta la carne come se si dovesse servire a tavola, giusta di sale, olio e pepe. Dopo che si sarà raffreddata si taglierà in pezzi di medio/piccola grandezza. Si provvede quindi alla sua composizione all’interno di una pentola di terracotta che deve essere utilizzata esclusivamente a questo scopo e che non deve mai essere trattata con detersivi. Ad ogni strato di carne si sovrapporrà un misto di spezie e dadini di prosciutto così fino ad esaurire il prodotto. Il composto di spezie e prosciutto sarà pari ad un terzo della carne. Nel comporre la pentola dopo due o tre strati del prodotto dovrà essere inserito olio e aceto.

Al termine dell’operazione si completerà l’inserimento dell’olio e dell’aceto in modo tale che corrisponda al livello massimo della carne, ciò si verificherà premendo il composto con una mano. La quantità di olio ed aceto sarà giusta se alla pressione affiorerà. A questo punto si chiuderà la pentola con carta oleata, legata, e su di essa sarà posto un piatto fondo ripieno di aceto il quale, una volta evaporato del tutto, indicherà la fine della cottura. Si toglie il piatto e si elimina l’acqua di condensa con un cucchiaio, ricollocando il piatto vuoto. Solo dopo che il tutto si sarà raffreddato si potrà aprire la pentola e versare il contenuto in piatti di portata.

Il salmì si serve a temperatura ambiente.

Apecchio De.C.O. Salmì del prete

IL BOSTRENGO

Pochi dolci hanno un numero così elevato di nomi a seconda della provincia. È un dolce diffuso in gran parte delle Marche. Nato come piatto povero (la frutta secca costava poco e recuperava il pane raffermo), è oggi al contrario abbastanza costoso.
Il bostrengo è un dolce che ogni famiglia nei mesi invernali preparava almeno una volta e nelle famiglie più povere era consumato come piatto unico durante la cena. È uno di quei dolci per la cui preparazione è importante l’esperienza nel dosaggio degli ingredienti in quanto la ricetta non era mai scritta ma semplicemente imparata guardando e aiutando le più esperte.
La base era sempre il pane raffermo bagnato nel latte con l’aggiunta di noci e nocciole messe da parte nell’autunno; e poi l’uva appesa alle travi della cucina e i fichi secchi.
Proprio questi ingredienti “addolcivano” il bostrengo in assenza del prezioso zucchero.
Si aggiungevano poi sulla base di quello che si trovava in dispensa, riso, farina, fettine di mela o pera.
Oggi il bostrengo è più ricco negli ingredienti, ma conserva tutto il gusto della tradizione.

Ingredienti per 6 persone
4 etti di farina di grano – 2 etti di farina di granoturco – pane raffermo bollito con un pizzico di sale – 1 etto di riso (una volta non si metteva) – 1 etto di uva secca o sultanina – 1 pacchetto di fichi secchi – 1 etto di noci tritate, – 1 buccia di arancia a pezzettini – 1 mela a fettine – 100 grammi di zucchero – 1 bicchiere di latte.

preparazione:

Far bollire il pane raffermo in acqua o latte leggermente salati, aggiungere la farina, unire tutti gli altri ingredienti spezzettati e amalgamare il tutto fino a raggiungere un composto né troppo liquido né troppo denso.
Sistemare l’impasto ottenuto in due teglie imburrate dai bordi piuttosto bassi. Lo spessore non dovrebbe superare la lunghezza dei rebbi di una forchetta.
Mettere in forno a calore moderato per circa un’ora.
Estrarre dal forno e lasciare raffreddare, servirlo tagliato in pezzi.

Bostrengo